martedì 26 giugno 2012

IL PAPA IN MEZZO A NOI TERREMOTATI


Questa mattina, Sua Santità il papa Benedetto XVI si è recato in visita ai luoghi che videro l’epicentro del terremoto che nei giorni 20 e 29 maggio ha colpito duramente le nostre terre.
E così anche noi, con tutta la nostra truppa, con una corriera organizzata in fretta e furia dalla nostra parrocchia, siamo partiti alla volta di Rovereto di Novi, dove il Santo Padre era atteso per le ore 10.50, dopo essere stato a visitare la frazione di San Marino, anch’essa duramente colpita dal sisma, ma soprattutto luogo in cui, nella Chiesa parrocchiale, è morto il sacerdote don Ivan Martini, nel tentativo di portare in salvo una statua della Santa Vergine molto cara alla devozione di quella gente.
Per assicurarci un posto il più vicino possibile al palco pontificio, la corriera è partita alle 7.00, sebbene il nostro paese disti non più di un’ora dal luogo dell’incontro papale.
Durante il tragitto, quanto più ci avvicinavamo ai luoghi dell’epicentro sismico, tanto più era sconcertante lo spettacolo di devastazione lasciato dietro di sé dal terremoto: le case, le stalle, i fienili, le chiese, i negozi, le fabbriche, tutto era distrutto, tutto era visibilmente e vistosamente pericolante. Un senso di precarietà era palpabile nell’aria di quei paesi di campagna, fino a poche settimane fa considerati da tutti prosperi e felici.
Giunti sul posto è iniziato – per noi, ma soprattutto per i nostri cinque pargoli – il periodo più difficoltoso. Infatti, i pochi posti a sedere preparati erano già tutti occupati (e mancavano ancora quasi tre ore all’arrivo del papa!) e lì per lì eravamo finiti assiepati proprio contro la transenna centrale. La prima ora è passata abbastanza bene, anche perché, almeno, eravamo all’ombra. Poi, i bambini hanno iniziato a dare in escandescenza: “Mamma sono stanca!” tuonava Camilla; “Quando andiamo a casa?” le faceva eco Giovanni; “Ho sete!” continuava allora Mariangela, e via discorrendo.
Finalmente, quindi, un gentile operatore della Protezione Civile ci ha aperto un varco per farci passare nel parco-giochi accanto a noi, proprio affianco al palco papale. Qui tutto è cambiato: c’era un grande spazio verde con giochi per bambini e panchine, dove i bambini hanno potuto rilassarsi e fare merenda nell’attesa dell’arrivo del papa.
Proprio lì c’era pure la anche la tribuna della stampa e così io e Mamma Elly siamo stati intervistati per ben due volte ciascuno, da vari media nazionali (Ansa, Radio Vaticana, Rai 3 ed un’altra TV da noi non identificata).
Finalmente, alle 10.57, con quasi dieci minuti di ritardo, il papa è arrivato. Noi eravamo proprio lì, a circa dieci metri di distanza da lui: un’esperienza spiritualmente intensa ed umanamente emozionante.
Prima c’è stato lo scialbo discorso del presidente della Regione Emilia Romagna,Vasco Errani; scialbo, dicevo, perché pareva la riedizione di un programma democristiano della prima repubblica: tanta retorica; tante, tantissime promesse circa il radioso avvenire delle nostre terre martoriate; tanti ringraziamenti al papa, invero un tantino stridenti sulla bocca di un esponente politico erede di una filosofia atea e materialistica completamente avversa non solo alla Chiesa, ma all’idea stessa di trascendenza. Tanto fumo; niente arrosto. Anzi, una nota – a mio modo di vedere – particolarmente stonata. Errani, infatti, ha detto che la prima cosa ad essere ricostruita saranno – udite, udite – le scuole. Sono rimasto sbigottito: come “le scuole”? E le case? E la gente che dorme nelle tende? Anche questo è un segno nefasto di inversione dei principi: prima le famiglie devono avere un tetto sulla testa dove poter vivere, magari con sobrietà, ma comunque con dignità; poi vengono semmai gli ospedali, molti dei quali distrutti dal sisma, ma pur sempre indispensabili per garantire la sopravvivenza delle persone (non dimenticando che il primo dovere dello stato è garantire il benessere materiale delle persone, secondo il vecchio principio: la Chiesa curi la salute delle anime e lo stato quella dei corpi). Quindi, dovranno venire i luoghi di lavoro, nei quali le persone si guadagnano il pane quotidiano. Infine, per ultime, le scuole e gli uffici pubblici. Questa è la giusta gerarchia, secondo la retta ragione ed il giusto diritto.
Quindi è stata la volta di un breve ed assai ben riuscito discorso di Sua Eminenza il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, in rappresentanza di tutti i Vescovi (pure essi presenti) della Metropolia Emiliano-Romagnola. Il breve discorso è stato improntato alla speranza cristiana; l’apice – ed, in certa misura, la sintesi – dell’intervento è stata la citazione delle parole che un bambino – ha raccontato Caffarra – gli ha detto qualche settimana fa: “Le nostre case hanno molte crepe, ma i nostri cuori no!”.
Infine – cosa più importante – le parole del papa. Un discorso semplice ed alieno dalla retorica di circostanza. Dopo qualche sobrio e soprattutto brevissimo cenno di saluto alle autorità civili e religiose, ecco che il papa dice due cose semplicissime, una di ordine religioso, l’altra di ordine pratico.
La prima è, in sostanza, questa: non perdete la Fede, perché Dio vi ama e non vi abbandona anche durante il terremoto. Questa, in estrema sintesi, la prima parte del discorso del papa. Niente di più. Un discorso da papa e non da politicante. Un solo concetto, ma di un importanza assoluta e capitale. Due le esplicitazioni fatte dallo stesso pontefice: la Fede non ci deve abbandonare, perché Dio, che è l’Autore della Fede, non ci abbandona; da qui nasce la Speranza, quella vera, quella con la “S” maiuscola. Non la speranza di un avvenire temporale prospero, ma la Speranza di una vita che nessun terremoto può sconquassare, perché fondata su una pietra angolare che non può crollare: Nostro Signore Gesù Cristo. Le parole del papa sono diverse dalle mie, ma il concetto è questo.
La seconda cosa che il papa ha detto è, invece, questa: la Chiesa è vicina ai terremotati, non solo con la doverosa preghiera a Colui che tutto sa e tutto può, ma anche con le concrete opere di carità poste in essere dagli enti e dagli organismi religiosi sparsi sul territorio, Caritas parrocchiali e diocesane in primis.

Qui di seguito riporto il testo integrale del discorso di Sua Santità.

DISCORSO DI S.S. PAPA BENEDETTO XVI
Cari fratelli e sorelle!
Grazie per la vostra accoglienza!
Fin dai primi giorni del terremoto che vi ha colpito, sono stato sempre vicino a voi con la preghiera e l’interessamento. Ma quando ho visto che la prova era diventata più dura, ho sentito in modo sempre più forte il bisogno di venire di persona in mezzo a voi. E ringrazio il Signore che me lo ha concesso!
Saluto allora con grande affetto voi, qui riuniti, e abbraccio con la mente e con il cuore tutti i paesi, tutte le popolazioni che hanno subito danni dal sisma, specialmente le famiglie e le comunità che piangono i defunti: il Signore li accolga nella sua pace. Avrei voluto visitare tutte le comunità per rendermi presente in modo personale e concreto, ma voi sapete bene quanto sarebbe stato difficile. In questo momento, però, vorrei che tutti, in ogni paese, sentiste come il cuore del Papa è vicino al vostro cuore per consolarvi, ma soprattutto per incoraggiarvi e sostenervi.
Saluto il Signor Ministro Rappresentante del Governo, il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, e l’Onorevole Vasco Errani, Presidente della Regione Emilia-Romagna, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto a nome delle istituzioni e della comunità civile. Desidero ringraziare poi il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, per le affettuose espressioni che mi ha indirizzato e dalle quali emerge la forza dei vostri cuori, che non hanno crepe, ma
sono profondamente uniti nella fede e nella speranza.
Saluto e ringrazio i Fratelli Vescovi e Sacerdoti, i rappresentanti delle diverse realtà religiose e sociali, le Forze dell’ordine, i volontari: è importante offrire una testimonianza concreta di solidarietà e di unità.
Come vi dicevo, ho sentito il bisogno di venire, seppure per un breve momento, in mezzo a voi. Anche quando sono stato a Milano, all’inizio di questo mese, per l’Incontro Mondiale delle Famiglie, avrei voluto passare a visitarvi, e il mio pensiero andava spesso a voi. Sapevo infatti che, oltre a patire le conseguenze materiali, eravate messi alla prova nell’animo, per il protrarsi delle scosse, anche forti; come pure dalla perdita di alcuni edifici simbolici dei vostri paesi, e tra questi in modo particolare di tante chiese. Qui a Rovereto di Novi, nel crollo della chiesa – che ho appena visto – ha perso la vita Don Ivan Martini. Rendendo omaggio alla sua memoria, rivolgo un particolare saluto a voi, cari sacerdoti, e a tutti i confratelli, che state dimostrando, come già è avvenuto in altre ore difficili della storia di queste terre, il vostro amore generoso per il popolo di Dio.
Come sapete, noi sacerdoti – ma anche i religiosi e non pochi laici – preghiamo ogni giorno con il cosiddetto «Breviario», che contiene la Liturgia delle Ore, la preghiera della Chiesa che scandisce la giornata. Preghiamo con i Salmi, secondo un ordine che è lo stesso per tutta la Chiesa Cattolica, in tutto il mondo.
Perché vi dico questo? Perché in questi giorni ho incontrato, pregando il Salmo 46, questa espressione: «Dio è per noi rifugio e fortezza,/aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce./Perciò non temiamo se trema la terra,/se vacillano i monti nel fondo del mare» (Sal. 46,2-3).
Quante volte ho letto queste parole? Innumerevoli volte! Eppure in certi momenti, come questo, esse colpiscono fortemente, perché toccano sul vivo, danno voce a un’esperienza che adesso voi state vivendo, e che tutti quelli che pregano condividono. Ma – vedete – queste parole del Salmo non solo mi colpiscono perché usano l’immagine del terremoto, ma soprattutto per ciò che affermano riguardo al nostro atteggiamento interiore di fronte allo sconvolgimento della natura: un atteggiamento di grande sicurezza, basata sulla roccia stabile, irremovibile che è Dio. Noi «non temiamo se trema la terra» – dice il salmista – perché «Dio è per noi rifugio e fortezza», è «aiuto infallibile … nelle angosce».
Cari fratelli e sorelle, queste parole sembrano in contrasto con la paura che inevitabilmente si prova dopo un’esperienza come quella che voi avete vissuto.
Una reazione immediata, che può imprimersi più profondamente, se il fenomeno si prolunga. Ma, in realtà, il Salmo non si riferisce a questo tipo di paura, e la sicurezza che afferma non è quella di super-uomini che non sono toccati dai sentimenti normali. La sicurezza di cui parla è quella della fede, per cui, sì, ci può essere la paura, l’angoscia – le ha provate anche Gesù – ma c’è soprattutto la certezza che Dio è con me; come il bambino che sa sempre di poter contare sulla mamma e sul papà, perché si sente amato, voluto, qualunque cosa accada. Così siamo noi rispetto a Dio: piccoli, fragili, ma sicuri nelle sue mani, cioè affidati al suo Amore che è solido come una roccia. Questo Amore noi lo vediamo in Cristo Crocifisso, che è il segno al tempo stesso del dolore e dell’amore. È la rivelazione di Dio Amore, solidale con noi fino all’estrema umiliazione.
Su questa roccia, con questa ferma speranza, si può costruire, si può ricostruire. Sulle macerie del dopoguerra – non solo materiali – l’Italia è stata ricostruita certamente grazie anche ad aiuti ricevuti, ma soprattutto grazie alla fede di tanta gente animata da spirito di vera solidarietà, dalla volontà di dare un futuro alle famiglie, un futuro di libertà e di pace. Voi siete gente che tutti gli italiani stimano per la vostra umanità e socievolezza, per la laboriosità unita alla giovialità. Tutto ciò è ora messo a dura prova da questa situazione, ma essa non deve e non può intaccare quello che voi siete come popolo, la vostra storia e la vostra cultura. Rimanete fedeli alla vostra vocazione di gente fraterna e solidale, e affronterete ogni cosa con pazienza e determinazione, respingendo le tentazioni che purtroppo sono connesse a questi momenti di debolezza e di bisogno.
La situazione che state vivendo ha messo in luce un aspetto che vorrei fosse ben presente nel vostro cuore: non siete e non sarete soli! In questi giorni, in mezzo a tanta distruzione e dolore, voi avete visto e sentito come tanta gente si è mossa per esprimervi vicinanza, solidarietà, affetto; e questo attraverso tanti segni e aiuti concreti.
La mia presenza in mezzo a voi vuole essere uno di questi segni di amore e di speranza. Guardando le vostre terre ho provato profonda commozione davanti a tante ferite, ma ho visto anche tante mani che le vogliono curare insieme a voi; ho
visto che la vita ricomincia, vuole ricominciare con forza e coraggio, e questo è il segno più bello e luminoso.
Da questo luogo vorrei lanciare un forte appello alle istituzioni, ad ogni cittadino ad essere, pur nelle difficoltà del momento, come il buon samaritano del Vangelo che non passa indifferente davanti a chi è nel bisogno, ma, con amore, si china, soccorre, rimane accanto, facendosi carico fino in fondo delle necessità dell’altro  (cfr Lc. 10,29-37).
La Chiesa vi è vicina e vi sarà vicina con la sua preghiera e con l’aiuto concreto delle sue organizzazioni, in particolare della Caritas, che si impegnerà anche nella ricostruzione del tessuto comunitario delle parrocchie.
Cari amici, vi benedico tutti e ciascuno, e vi porto con grande affetto nel mio cuore.
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Domani MammaElly vi racconterà “come i bambini hanno preso” la visita del papa. 

3 commenti:

  1. grazie. è una bellissima testimonianza la vostra. siete nel nostro cuore.

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  2. Che stupenda esperienza per i vostri bambini dopo quella negativa del terremoto...un abbracciO!

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