martedì 10 settembre 2013

Educazione familiare ed attaccamento sicuro

Tranquilli, non ho intenzione di mettermi a fare delle pedagogia spicciola, nè dei proclami. 
Come sempre, le mie riflessioni nascono e vertono sulla mia esperienza personale, sulla vita della mia famiglia. Non intendo assolutamente insegnare niente a nessuno, ma solo "mettere la pulce nell'orecchio".
Il fatto è, in questi giorni, mi rimbomba nella mente la carissima "Teoria dell'attaccamento" di John Bowlby, che tanto amai all'università, e poi da maestra ed infine in ordine di tempo ma, in primis, da mamma.
Riassumendo, per "attaccamento" si intende quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato.
La teoria dell’attaccamento nasce con un esplicito interesse verso i primi anni di vita dell’essere umano e, più in generale, dei mammiferi.
Il più grande sostenitore e studioso di questa teoria è stato John Bowlby, considerato uno dei tre o quattro più grandi psicoanalisti del ventesimo secolo. 
Secondo questo autore, all’inizio della vita l’essere nutriti equivale all’essere amati, il bisogno biologico legato all’alimentazione è presente insieme a un altro bisogno, anch’esso fondamentale, quello di essere amati, nutriti d’amore, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è.
Per Bowlby prendere in braccio il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata, da parte della madre, ad un segnale di disagio del bambino: esso non è nè un rinforzo, nè un comportamento che condiziona il piccolo rendendolo “viziato” come asseriscono in molti.
“Le coccole, i giochi, le intimità del poppare attraverso le quali il bambino impara la piacevolezza del corpo di sua madre, i rituali dell’essere lavati e vestiti con i quali il bambino impara il valore di se stesso, attraverso l’orgoglio e la tenerezza della madre verso le sue piccole membra, queste sono le cose che mancano”.
Bowlby aveva intuito che l’attaccamento riveste un ruolo centrale nelle relazioni tra gli esseri umani, dalla nascita alla morte.
Egli, lavorando all’applicazione di tale teoria, ha contribuito a dimostrare come lo sviluppo armonioso della personalità di un individuo dipenda principalmente da un adeguato attaccamento alla figura materna o un suo sostituto.
Secondo Bowlby il legame che unisce il bambino alla madre non è una conseguenza del soddisfacimento del bisogno di nutrizione, ma è un bisogno primario, geneticamente determinato, la cui funzione è garantire la crescita e la sopravvivenza biologica e psicologica del bambino. 
Egli ritiene che la ricerca della vicinanza sia la manifestazione più esplicita dell’attaccamento. 
Gli esseri umani hanno una predisposizione innata a formare relazioni con le figure genitoriali primarie. 
Queste relazioni si formano durante il primo anno di vita del bambino ed hanno la funzione di proteggere la persona “attaccata”.
A Bowlby l’idea dell’attaccamento venne dopo aver letto i lavori etologici di Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen. 
Glli studi etologici di Lorenz sull’imprinting e diversi esperimenti di Harlow con i macachi fornirono a Bowlby il fondamento scientifico che egli riteneva necessario per aggiornare la teoria psicoanalitica. 
Lorenz dimostrava come i piccoli di anatroccolo, privati della figura materna naturale, seguivano un essere umano o qualsiasi altro oggetto, nei confronti del quale sviluppavano un forte legame che andava oltre la semplice richiesta di nutrizione, dato che questo tipo di animale si nutre autonomamente di insetti.
Harlow aveva dimostrato come, in una serie di esperimenti, i piccoli di scimmia venivano messi a confronto con una “madre fantoccio” fatta di freddo metallo alla quale era attaccato un biberon e con un’altra “madre fantoccio” senza biberon, ma coperta di una stoffa morbida, spugnosa e pelosa. Le piccole scimmie mostrarono una chiara preferenza per la madre “pelosa” passando fino a diciotto ore al giorno attaccate ad essa (come avrebbero fatto con le loro madri reali) anche se erano nutrite esclusivamente dalla madre fantoccio “allattante”. 
Bowlby osservando il comportamento dei macachi e quello dei bambini nei primi mesi di vita poté notare come si trovasse alla presenza degli stessi schemi di comportamento. 
In particolare verificò come la madre (e la relazione con lei) fornisce al bambino una “base sicura” dalla quale egli può allontanarsi per esplorare il mondo e farvi ritorno, intrattenendo forme di relazione con i membri della famiglia. 
La persona fidata, ossia la figura di attaccamento, è quella che “fornisce la sua compagnia assieme a una base sicura da cui operare”. Lo sviluppo della personalità risente della possibilità o meno di aver sperimentato una solida “base sicura”, oltre che della capacità soggettiva di riconoscere se una persona è fidata può o vuole offrire una base sicura. La personalità sana consente di far affidamento sulla persona giusta e, allo stesso tempo, di avere fiducia in sé e dare a propria volta sostegno.
Al momento in cui il bambino avverte qualche minaccia, cessa l’esplorazione per raggiungere prontamente la madre per poter ricevere conforto e sicurezza. 
Il piccolo protesta vivacemente se vi è un tentativo di separarlo dalla madre.
Per Bowlby i legami emotivamente sicuri hanno un valore fondamentale per la sopravvivenza e per il successo riproduttivo.  Il conflitto è una dimensione ordinaria della condizione umana e la malattia psichica è data dall’incapacità di affrontare efficacemente i conflitti.

Perchè questa digressione libresca?
Semplice.
In questi gironi, le mie tre bimbe stanno partecipando ad "Estate Ragazzi", un'iniziativa interparrocchiale - nata per opera del Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile- che si svolge nel periodo estivo e raduna bambini e ragazzini di elementari e medie proponendo loro attività di gioco, animazione, canti, balli, tornei, sport, teatro e musica, oltre a momenti di preghiera e spunti di riflessione.
Ritenendo quest'esperienza altamente educativa e formativa, ho proposto a Margherita, Camilla e Mariangela di parteciparvi, soprattutto per stare insieme ad altri bambini e ragazzi. 
Per noi, però, è soprattutto la prima vera esperienza di separazione da mamma e casa, al di là dell'oretta o due di sport a settimana, per la maggior parte della giornata.
Preoccupata io?
Preoccupate le bimbe?
Ansia? Pianti? Timori? Timidezza?
Macchè!!!
Già dal primo giorno, pur non conoscendo nessuno al di là del nostro cappellano e, casualmente, di alcune compagne di danza, le tre bimbe mi hanno salutata serene e sorridenti.
C'era la musica, ad accoglierle, oltre ad un'atmosfera allegra e giocosa che le ha subito conquistate.
Quando sono andata a riprenderle per pranzo, le ho trovate in tre gruppetti diversi e dedite ad attività differenti: Margherita, fatta amicizia con alcune ragazzine, stava chiacchierando con loro; Camilla correva con altre bambine; Mariangela... stava giocando allegramente a carte con un gruppo di ragazzi (tutti maschi) sui 13-15 anni...
Mi hanno subito raccontato, con entusiasmo, dei giochi fatti, dei nuovi canti imparati, dei nuovi amici, dei gruppi in cui erano entrate a far parte.
Margherita, tutta orgogliosa, mi ha detto di essere già considerata "una delle scuole medie", perchè i bambini sono divisi in due grandi gruppi: I-III elementare e IV elementare-scuole medie;
Camilla, a dispetto delle sue difficoltà, si è subito orientata ed integrata a meraviglia, mostrandomi gli spazi interni ed esterni, e raccontandomi che aveva imparato "a bere da sola dalla fontanella";
Mariangela, inizialmente un po' più titubante (è la più piccolina tra tutti, avendo solo 6 anni), mi ha subito chiesto di poter partecipare tutta la settimana, gita compresa.
Tutto ciò mi rasserena come mamma e mi conferma nelle scelte educative fatte finora.
A chi contesta l'home-schooling in quanto tale, perchè -partendo da preconcetti campati in aria - farebbe vivere i bambini sotto una campana di vetro e non li abituerebbe ad affrontare i problemi della vita ed il contatto con gli altri, vorrei mostrare i volti distesi e sorridenti delle mie bimbe.
Lo scorso anno io e Papà Giorgio avevamo fatto queste stesse considerazioni vedendo Giovanni (allora appena quattrenne) al corso di baby-basket.
Mentre la maggior parte dei suoi compagni - scolarizzati ed abituati al distacco dai genitori - continuavano a "scappare" da mamma e papà, li cercavano continuamente con lo sguardo, correvano incessantemente da loro durante la lezione... il nostro piccolotto non controllava nemmeno se noi fossimo lì oppure no.
La differenza sostanziale, a mio parere, stava nel fatto che, al di là dei singoli dati caratteriali, questi piccoli vivevano lontano dalla loro casa e dai loro genitori tutto il giorno e mal sopportavano un'ulteriore separazione, dopo la scuola; Giovanni, invece, sapeva di poterci avere sempre con lui, ed accettava benevolmente il contatto con altri -adulti significativi come gli istruttori o bambini che fossero, proprio partendo da una propria "base sicura".  
In questo momento così delicato e difficile della nostra vita familiare, questa base sicura, anzichè venire meno, ha dimostrato di essere già "acquisita", al di là di un gravissimo lutto e di naturali momenti di smarrimento.
Quello che mi sento di dire ai tanti genitori che, in questi genitori, mi stanno scrivendo per avere consigli sull'educazione parentale è di mettere da parte le riserve mentali ed i condizionamenti dei luoghi comuni.
Stare con i propri figli, dedicare loro tempo, attenzioni, energie, giocare con loro e mettersi in gioco insieme a loro non può che cementare quello speciale legame, quell'attaccamento così importante per lo sviluppo della loro personalità.
La base sicura di un "to care-to cure" che, avvertito tangibilmente, aiuterà certamente ad affrontare le avversità della vita.

Concludo queste mie riflessioni con una carrellata di dipinti di un'artista che amo particolarmente: si tratta di Mary Cassat. 
I suoi dipinti ritraggono la vita sociale e privata delle donne della sua epoca, con una particolare attenzione all'intimo legame tra le madri e i loro bambini. La Cassat tratta questo tema - che tocca la cura quotidiana, ma anche l'attaccamento, l'educazione e l'istruzione-  con un tratto rigoroso eppur delicatissimo, tipico dell'impressionismo, e con soggetti visti con tenerezza ma senza mai sconfinare nell'eccessivo sentimentalismo. Il tutto a fine '800, ben prima che john Bowby elaborasse la teoria dell'attaccamento, evidentemente naturalmente inscritta nella relazione madre-bambino.






E poi, altri artisti impressionisti (Berthe Morisot, Charles West Cope, Charles Joshua Chaplin, Oscar Gustaf Björck) in opere che ritraggono spaccati di vita ed istruzione familiare:




14 commenti:

  1. Splendido post (che condivido pienamente!!).

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  2. WOW!che splendido post!condivido ogni singola riga(anche se non faccio hs)e ti ringrazio per le bellissime immagini, non conoscevo questa pittrice!un abbraccio mammaSimo

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    1. Grazie anche a te, cara Simona. Il punto del discorso, al di là dell'hs, era proprio l'attaccamento. Quindi, direi che ci sei dentro appieno! Buon pomeriggio a te e cuccioli!

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  3. Nelle tue parole rivedo la mia bambina che in soli dieci anni di vita ha fatto mille esperienze di socializzazione tra attività sportive e culturali, esperienze nella natura e laboratori la maggiorparte delle quali da sola e la rivedo sicura e senza bisogno di fare continui " inserimenti" ( come mi è capitato di vedere).
    Le cose però stanno cambiando adesso che è più grande, ma probabilmente questa è l'età in cui i bambini si sentono grandi ma non abbastanza, in cui i cambiamenti fisici e di testa, di pensiero, di emozioni li confondono e li spaventano. Matilde ha bisogno di sentirmi vicina.

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    1. Beh, 10 anni ed il passaggio alla scuola media sono un bel punto di svolta!
      Mi pare naturale quello che descrivi: per crescere è sempre necessario affrontare una crisi, nel senso proprio etimologico di "separazione e rottura". Dai un bacione anche da parte mia a Matilde e stringila forte!

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  4. Bellissimi i dipinti! Non conoscevo la pittrice, ma adesso andrò a cercare qualche altra immagine... sono una più bella dell'altra!
    Anche se non riesco a fare hs, condivido pienamente il discorso sull'attaccamento!

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  5. Ti seguo da anni, con affetto e stima, e ho molto imparato stando qui.
    Forse proprio per questo il post non mi piace.

    Questi concetti li ho straletti mille volte, e mi infastidiscono perché ognuno interpreta come vuole. Ho tre figli, i primi due alle elementari dopo l’asilo, l’ultimo dai nonni mentre lavoro part time, mai nido. E si sono sempre inseriti come racconti tu dei tuoi.

    Ma il punto non è quello. Intanto, perdonami, ma che al mini basket TUTTI gli altri fossero insicuri mi lascia perplessa. Ho vissuto mille gruppi diversi di bimbi, e mai uno in cui TUTTI facessero una cosa oppure l’altra. Ma soprattutto perché ognuno dice la sua.
    I miei non hanno mai pianto né avuto timori da nessuna parte. La maggior parte di maestre e mamme mi dicevano che erano sicuri grazie a me. Qualcuno diceva che era perché li avevo abituati da piccoli, e lo diceva in modo positivo.

    Poi se vai su blog o forum come questo, dove ci si occupa di attaccamento in modo diverso, ecco il contrario: i bimbi sono sicuri perché sono stati con la mamma, insicuri quelli spinti troppo via. Ma, attenzione, ho letto anche l’esatto opposto. E’ normale che un bimbo pianga o fatichi a inserirsi, perché giustamente vuole la mamma, sa che è sempre presente. Chi non piange è perché è stato abituato a cavarsela troppo in fretta, e non chiede.

    Dov’è quindi la verità? Non lo so, non ho certezza. Non so se i miei figli fanno poca fatica perché sicura di me o perché spinti. Se devo trovare una motivazione prima, direi che i bimbi che vivono in ambienti SERENI fanno molta meno fatica a trovare la loro strada, quelli che hanno genitori ansiogeni (qualunque significato si voglia dare a questa parola) fanno più fatica.
    Nella serenità, però, conta poco che la mamma lavori o no. Ve lo dico io, che ho avuto una madre casalinga ed è stata una delle scelte peggiori che lei abbia fatto, per se stessa e per noi.

    Scusate, non voglio sembrare polemica, ma quel ‘bambini altamente scolarizzati’ non mi è piaciuto. L’ho vissuto come un’etichetta. E siccome me ne hanno date troppe e troppe me ne do da sola, cerco sempre di non incasellare gli altri in recinti così strutturati.

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    1. Mi piacciono le critiche, quando sono motivate e costruttive.
      Come ho scritto nella premessa, non volevo certo mettermi in cattedra o asserire di detenere la verità.
      Ho espresso un parere ed un punto di vista, partendo dalla teoria dell'attaccamento e dalla mia esperienza personale.
      Lungi da me voler etichettare; semmai, questa voleva essere una difesa della nostra scelta, tanto bistrattata ed incompresa.
      Volevo solo dire: "Non è detto che, facendo scuola in casa, i bimbi diventeranno poi dei disadattati, anzi".
      Poi, quella "base sicura" è possibile darla anche mandandoli al nido, alla materna, ecc...
      E' che molti pensano a bambini deprivati del contatto sociale, chiusi, introversi... e vi assicuro che i miei figli non sono così. Di certo il merito non è mio, nè solo delle scelte fatte, ma tutto contribuisce.
      E, sul baby-basket, non ho scritto "tutti", ma "la maggior parte": la differenza c'è.
      La peculiarità del corso, peraltro molto piacevole e ben gestito, era il fatto che -data la tenera età dei partecipanti- i genitori presenziavano alle lezioni. Quindi, vedendoli lì, era naturale per molti bambini cercarli e raggiungerli di continuo, specie se lontani da loro per il resto della giornata.
      Se ho offeso che manda i propri figli a scuola, me ne scuso: non era affatto mia intenzione.
      Prima o poi anche i miei bambini faranno l'ingresso a scuola, e di certo non vedo la cosa come solo negativa.
      La definizione che ti ha urtata verrà comunque tolta.

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    2. non devi togliere niente! Il dialogo mica nasce dall'eliminazione, ma solo dalla condivisione.
      Se è questa la reazione che devo provocare, vorrà dire che tornerò a tacere

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    3. Figurati! Davvero, mi fa piacere poter avere uno scambio di opinioni in questi toni! Ho tolto semplicemente una locuzione che, pensandoci, era un po' troppo forte.
      Continua pure a commentare, magari non da "anonimo"...!

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  6. Cara Elly.. ti scrivo per dirti che pur avendo figli che frequentano la scuola, condivido pienamente il tuo post e non mi sono sentita affatto etichettata... Secondo me la teoria che hai ampiamente motivato puo' essere valida per tutti, ognuno di noi però deve cogliere il significato profondo del concetto che si ha davanti analizzandolo nella sua globalità e non rimanere ai margini etichettando solo alcune espressioni... Ogni genitore costruisce in itinere il percorso che il proprio figlio deve seguire poiché lungo il cammino si inciampa spesso e si incorre a vari ostacoli che bisogna superare magari anche deviando e aggiustando il percorso iniziale. Nessuno può dirti ciò che è giusto o sbagliato.... un caloroso abbraccio..Rossella

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    1. Grazie di cuore, cara Rossella.
      Le tue parole sono preziose...
      Le scienze umane, purtroppo, si prestano ad interpretazioni spesso contrapposte, ma questo fa parte "del gioco".
      Grazie ancora e buon pomeriggio!

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