Titolo:Momo, o l’arcana
storia dei ladri di tempo e della bambina che restituì agli uomini il tempo trafugato
Autore:
Michael
Ende
Casa
Editrice: Longanesi
Numero
di pagine: 245
GENERE DEL LIBRO
Romanzo fantasy.
LUOGHI DELLA STORIA
Città anonima, rovine
dell’antico anfiteatro o “la rotonda”, buco nella muratura cioè la camera di
Momo, locanda di Nino, casa di Nicola il muratore, vie della città, quartieri
nuovi, via dalla luce crepuscolare (ma tuttavia né d’alba né di tramonto), vicolo
di mai, casa di nessun luogo, enorme stanza degli innumerevoli orologi,
stanzetta fra le pendole, sacrario d’oro nel cuore di Momo dove nascono le
meravigliose Orefiori, villa di Gigi, macchina di Gigi, piazza deserta,
caserma, manicomio, dopobimbi, Cassa di Risparmio del Tempo, stanzone,
magazzini delle Orefiori gelate.
TEMPO DELLA STORIA
Indefinito.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Momo, i Signori
Grigi, Beppo, Gigi, bambini, Mastro Secundus Minutius Hora semplicemente detto
Mastro Hora, Cassiopea, Nicola, Nino, signor Fusi, persone che Momo ascoltava e
altri personaggi minori.
TRAMA
Momo
è una bambina vagabonda sui dieci anni circa che un giorno giunge alle rovine
di un antico anfiteatro in una grande città il cui nome non si conosce.
Inizialmente gli abitanti vogliono portarla in un asilo, ma Momo che, come
racconta, ci è già stata e si è trovata decisamente male, non ci vuole tornare. E' così che, di comune accordo, gli abitanti decidono di crescerla tutti
insieme. Momo si trasferisce in un buco nella muratura delle rovine, dove
vengono messi un letto, un tavolino, seggioline eccetera. La bambina ha una dote del tutto particolare: sa ascoltare davvero la gente. Ogni qualvolta
due litiganti vengono da lei, la bambina, semplicemente ascoltandoli intensamente,
riesce stranamente a far far loro la pace. Inoltre Momo si fa subito amica
tutti i bambini a cui, straordinariamente, quando giocano con lei vengono in
mente i giochi più fantasiosi. Proprio per queste sue doti è molto amata e in
città non si può più fare a meno di lei. I suoi amici più cari sono però Beppo Spazzino, un
vecchietto un po’ strambo e taciturno, e Gigi Cicerone, un ragazzo sognatore
che fa la guida turistica raccontando un sacco di frottole.
Ma
un giorno qualcosa comincia a cambiare. La gente si reca sempre meno da Momo,
perché “non ha più tempo”. Ed è proprio vero. Infatti gli uomini sono ignari
del fatto che una misteriosa banda di esseri soprannaturali stia letteralmente rubando
il tempo agli uomini: sono i Signori Grigi, i ladri di tempo. Essi gestiscono
la Cassa di Risparmio del Tempo e il loro scopo è soffiare quanto più tempo possibile
agli uomini. Ore, minuti, secondi, glielo stillano tutto, goccia per goccia. Per
questo fanno agli uomini strani conti su quanto tempo sia loro rimasto da
vivere rispetto al patrimonio iniziale, quanto tempo abbiano sprecato in cose
che loro giudicano inutili. I calcoli sono però espressi in secondi, in modo
che sembrino cifre vertiginose e così convincono la gente stufa della propria
esistenza a risparmiare tempo che poi potranno usare più avanti per costruirsi
un’altra vita. Una volta conosciuti i Signori Grigi, l’umanità si dimentica
della loro esistenza, ma non della scelta di risparmiare tempo. Quello che gli
uomini non sanno è che il tempo che risparmiano è perduto per sempre, perché
serve agli Uomini Grigi per vivere e infatti più tempo risparmiano, meno ne
hanno.
Momo,
però, con la sua straordinaria capacità di ascoltare e risolvere i problemi
della gente, intralcia di molto il lavoro dei Signori Grigi........
COMMENTO PERSONALE
Questo libro mi è
piaciuto molto.
Avendo già visto in
passato il film, sapevo un po’ la storia ma ho trovato che il libro sia
comunque più bello.
Il personaggio di Momo
è molto bello e le sgrammaticature quando parla sono fatte apposta, secondo me,
perché rende l’idea un po’ dell’ignoranza che descrive l’autore.
Lo stile è un po’
ridondante e qualche volta può sembrare un po’ noioso, ma si immaginano bene le
scene. Gli ultimi capitoli sono scritti molto bene, in particolare. L’unico
appunto è che il fatto che Momo non veda più Cassiopea rende un po’ più triste
il finale. Anche quando scopre le Orefiori e la musica del tempo è molto bello….
Un bel libro davvero.
Io avevo anche
già letto “La storia infinita” e la
fantasia di Michael Ende è ormai più che comprovata.
Vi riporto il testo integrale della mia breve intervista
Elisa 39 anni
Madre di Margherita, 11 anni; Camilla, 10
anni; Mariangela, 9 anni; Giovanni, 8
anni; Tommaso, 5 anni.
VICE: Da dove nasce la decisione dell'Homeschooling?
Elisa: È venuta naturalmente, mano a mano che i bambini
crescevano. Io sono un'educatrice, lavoravo nella scuola materna prima della
gravidanza e mi è sempre venuto spontaneo intrattenere i bambini con giochi e
attività. Poi vedendo i miei figli crescere, è cresciuta la curiosità di
imparare cose sempre più adatte alla loro età, quindi leggere e scrivere è
venuto naturale come insegnare loro a camminare o andare in bici.
Se aggiungiamo i problemi in generale con la scuola, e
il fatto che due brevi scolarizzazioni ci hanno lasciati molto
insoddisfatti, a maggior ragione l'educazione parentale ci sembrava la scelta
più adatta.
A livello burocratico come vi siete mossi?
All'inizio dell'anno scolastico è necessario dare
comunicazione alla scuola del territorio di voler realizzare l'educazione
parentale, e noi personalmente ci siamo sempre avvalsi della possibilità di far
fare l'esame a fine anno, un po' per mantenere buoni rapporti con le
istituzioni un po' perché è successo che una bambina abbia avuto voglia di tentare
di andare a scuola. Se ogni anno il loro percorso viene riconosciuto, e ciò
avviene tramite un'esame che si sostiene a giugno, non c'è alcun problema
nell'inserimento.
Come è stata l'esperienza con la scuola
tradizionale di sua figlia e come la ha presa?
Al secondo semestre della quinta elementare aveva
voglia semplicemente di provare ad andare a scuola. Si sentiva diversa dai
coetanei e ha espresso il desiderio di cominciare. Alla fine dell'anno
scolastico ha però scelto di tornare a casa, in quanto ha capito che
a scuola imparava le stesse cose che imparava a casa ma in tempi molto più
lunghi. Per quanto riguarda me, ho accolto in modo totalmente
tranquillo la sua richiesta. L'homeschooling non deve assolutamente essere
un'imposizione.
Per quanto
riguarda il programma, come si organizza?
Fino a che erano piccoli mi sono basata sui loro
interessi e sulle le loro curiosità. Siamo sempre partiti
dall'osservazione diretta: le stagioni, gli animali della fattoria, adesso che
due delle mie figlie studiano le regioni, per esempio, cuciniamo piatti tipici.
Ora la ragazzina più grande è in seconda media, cresce la complessità delle
cose e siamo più vincolati ai programmi ministeriali, quindi studiamo ciò che
c'è da studiare ma prediligendo i loro interessi. Soprattutto, cerchiamo di
legare quanto più possibile l'apprendimento all'esperienza diretta.
La mia figlia più grande ama leggere, legge
moltissimo e a 11 anni ha scritto un romanzo e sta scrivendo il secondo, cose che non avrebbe
mai potuto fare se avesse avuto tempi scolastici. Mio figlio di otto anni
e mia figlia di 9 disegnano fumetti. Non sono dei geni, ma sviluppano le
loro passioni, il percorso di apprendimento viene individualizzato.
I ruoli di mamma e maestra sono distinti?
Non sono distinti, anche il mio è un imparare assieme
a loro, mettermi al loro fianco, quindi non sono la mamma che si mette in
cattedra. Non è necessario dare voti nè fare verifiche: parliamo insieme,
l'apprendimento può essere anche la chiacchierata a tavola, guardare insieme il
telegiornale, parlare di un fatto di attualità che ci ha colpito.
Non ha paura che crescano con qualche carenza sul lato della
socializzazione?
È l'obiezione che ci fanno tutti, ed è uno
degli obiettivi che ci poniamo come principali. Con i coetanei hanno altre
occasioni per socializzare, quali catechismo, parco, sport,
l'oratorio—attività che per gli altri sono extra scolastiche e che per noi
fanno parte del loro percorso di apprendimento. I miei figli frequentano altri
bambini e non hanno problemi da questo punto di vista. In più, socializzano
bene con persone di tutte le età: non essendo abituati a essere incanalati sul
binario delle varie età, per loro non c'è alcuna differenza nel relazionarsi
alla persona di 80 anni o al bambino di due.
Per la sua traduzione di marzo, Margherita ha scelto un'altra canzone tratta dal film Disney Rapunzel (Tangled in inglese). Dopo "I see the light", questo mese è stata la volta di "I've got a dream", il brano cantato nella locanda da Rapunzel ed Eugene/Flynn insieme a alcuni "malviventi" che poi rivelano un cuore tenero e sognatore.
Come sempre, siamo partite dall'ascolto della canzone, con video e parole:
Poi siamo andate a tradurre il brano. Devo dire che non è stato semplicissimo, dato che è ricco di molte espressioni gergali e che on-line non abbiamo trovato alcuna traccia a cui eventualmente appoggiarci.
The song of March
I’ve got a dream
I'm malicious, mean and scary
My sneer could curdle dairy
And violence-wise, my hands are not the cleanest
But despite my evil look
And my temper, and my hook
I've always yearned to be a concert pianist
Can't you see me on the stage performin' Mozart?
Tickling the ivories 'til they gleam?
Yep, I'd rather be called deadly
For my killer show-tune medley
Thank you!
'Cause way down deep inside
I've got a dream
He's got a dream!
He's got a dream!
See, I ain't as cruel and vicious as
I seem!
Though I do like breaking femurs
You can count me with the dreamers
Like everybody else
I've got a dream!
I've got scars and lumps and bruises
Plus something here that oozes
And let's not even mention my complexion
But despite my extra toes
And my goiter, and my nose
I really want to make a love connection
Can't you see me with a special little lady
Rowin' in a rowboat down the stream?
Though I'm one disgusting blighter
I'm a lover, not a fighter
'Cause way down deep inside
I've got a dream
I've got a dream!
He's got a dream!
I've got a dream!
He's got a dream!
And I know one day romance will reign
supreme!
Though my face leaves people screaming
There's a child behind it, dreaming
Like everybody else
I've got a dream
Tor would like to quit and be a
florist
Gunther does interior design
Urf is into mime
Attila's cupcakes are sublime
Bruiser knits
Killer sews
Fang does little puppet shows
And Vladimir collects ceramic
unicorns!
I have dreams, like you, no, really!
Just much less touchy-feely
They mainly happen somewhere
Warm and sunny
On an island that I own
Tanned and rested and alone
Surrounded by enormous piles of money
I've got a dream!
She's got a dream!
I've got a dream!
She's got a dream!
I just want to see the floating
Lanterns gleam!
Yeah!
And with every passing hour
I'm so glad I left my tower,
Like all you lovely folks
I've got a dream!
She's got a dream!
He's got a dream!
They've got a dream!
We've got a dream!
So our differences ain't
really that extreme!
We're one big team!
Call us brutal
Sick, sadistic and grotesquely optimistic
'Cause way down deep inside
We've got a dream!
I've got a dream!
I've got a dream!
I've got a dream!
I've got a dream!
I've got a dream!
I've got a dream!
Yes way down deep
Inside, I've got a dream!
Yeah!
A questo punto abbiamo cercato in rete alcune informazioni sulla canzone, che abbiamo letto, un po' semplificato, arricchito con qualche immagine e tradotto oralmente.
"I've Got a
Dream" is a song written by composerAlan Menkenand lyricistGlenn
SlaterfromDisney's 2010 animated feature film,Tangled.
It’s performed byBrad Garrett,Jeffrey Tambor,Zachary
Levi and Mandy Moore.
I've Got a Dreamis performed by a bunch of
pub-dwellers who initially intimidateRapunzeland Flynn, but they eventually bond
over their shared desire for more in their lives.
The song revolves around the notion
that "'Thugs' means, 'criminals who are basically misunderstood'."
ComingSoon said the song was "memorable for the silly
barbarians".[2]Purity
and Precision says that in regard to the dreams of the thugs, "Note the
traditionally feminine nature of most of those activities, just as an aside
(masculine=bad, feminine=good). The message? Well, for one thing, you can
escape from vicious thugs by telling them about your dream and appealing to
their “humanity”… and criminals are victims of social prejudice who, despite
their persistent interest in all things criminal, are really basically good
people.".TheScoreCard wrote
"I’ve got a dream” is the only song I will be able to remember. I
appreciate it even if it’s grammatically incorrect. It’s fast and fun. It
reminds me of “Gaston” from Beauty and the Beast". The site also said it
was the best scene.[7]WeAreMovieGeeks
wrote "Luckily “I’ve Got a Dream” is livened up by some great animation of
the forest thugs. I found it distracting that these medieval folks were using
modern phrases. Perhaps I’m nitpicking too much."WhatCulture said "Another very
funny sequence sees a group of murderous ruffians burst into a brilliant song
called “I’ve Got a Dream”, in which they all state that they’d rather become
interior decorators or concert pianists than tough fighters. It is a song that
recalls Howard Ashman’s lyrics for “Gaston” in Beauty and the Beast".
Questo brano non è presente su Lyricstraining, per cui il gioco con il testo, per questo mese, è saltato.
Infine, Margherita ha scelto di rappresentare Rapunzel piccina con la sua mamma, dopo aver visto questa dolcissima immagine in un libro illustrato che sta leggendo Camilla.
Essendo un acquerello di grandi dimensioni e dalle tinte molto tenui, purtroppo la foto risulta molto grigiastra...
Quest'anno, dopo tanto che ci pensavamo, abbiamo realizzato per la prima volta un nostro calendario della Quaresima.
L'idea è venuta da una considerazione molto semplice: si fa sempre il calendario dell'Avvento, ma se la Pasqua è, per noi cattolici, la festa più importante dell'anno, perchè non scandire anche la sua attesa?
Certo, il tempo di Quaresima è/dovrebbe essere un tempo di raccoglimento, preghiera, riflessione, digiuno, fioretti (noi li facciamo ancora), ma la Pasqua è autentica gioia, per cui vogliamo attenderla al meglio.
Per questo nostro primo calendario abbiamo scelto un lavoretto semplice, un cartellone con il consueto meccanismo del conto alla rovescia.
Quindi, su un Bristol color verdino (come l'erbetta di primavera) abbiamo pensato di disporre un fogliettino colorato (di quelli piccoli e quadrati, da appunti veloci), in alternanza, con tutti i giorni della Quaresima, dal Mercoledì delle Ceneri al giorno di Pasqua. Scoprendo o riscoprendo che i Quaranta giorni della Quaresima sono in realtà 45 (il 46° foglietto è il giorno di Pasqua).
Siamo partiti dall'idea di scrivere tutto a mano, ma il risultato poco ordinato non ci convinceva... quindi abbiamo stampato foglietto per foglietto, indicando - oltre alla data e ai giorni mancanti - anche i giorni più significativi: Mercoledì delle Ceneri, i giorni della Settimana Santa, la Pasqua.
Li abbiamo poi incollati in ordine, incolonnandoli per colore (noi avevamo a disposizione 6 tinte).
Per ultimo, abbiamo fustellato 45 cuoricini da carta di tanti colori e fantasie diverse e, con un rotolino di nastro adesivo di carta, abbiamo applicato un cuoricino su ogni foglietti, cercando di alternarli in modo gradevole tra loro e abbinarli al colore di sfondo.
Sul giorno di Pasqua, un piccolo disegnino simbolico realizzato da Mariangela: una colomba con rametto d'ulivo.
Eccolo tutto intero!
Mercoledì scorso il conto alla rovescia è cominciato: come già per l'Avvento, ogni giorno un bimbo, a turno, stacca il cuoricino e poi lo applica ai lati, sopra sotto il cartellone, scoprendo quanti giorni manchino alla Pasqua e se quel giorno sia particolarmente significativo. Semplice, ma significativo, quello che volevamo!
Oggi è il 4 marzo 2017 e, in occasione della giornata natale di Lucio Dalla, ho pensato di condividere un recente lavoro di italiano di Margherita.
La celeberrima canzone le è sempre piaciuta tanto, fin da piccolina: l'ha sempre trovata, come tanti noi, estremamente evocativa e "narrativa", una di quelle canzoni che si fanno immagini nella nostra testa.
Un paio di settimane or sono, Margherita ha pensato di trasformare il testo della canzone in racconto.
Ha poi rappresentato la canzone-racconto con un nuovo disegno, usando teneramente gli stessi colori e la stessa angolazione con cui aveva immaginato la scena da piccolina.
Scrivo un racconto ispirandomi alla canzoni di Lucio
Dalla “4/3/1943”
04 marzo
1943
Aveva
sempre amato il mare, Maria.
Quella
spiaggia inondata dal sola e baciata dal mare era sempre stata il suo rifugio,
fin da bambina.
Le
onde lambivano i suoi piedi scalzi sulla sabbia calda.
I
pini marittimi frusciavano nel vento salato.
Il
bambino scalciò, Maria si accarezzò il ventre. Il piccolo si mosse di nuovo, e
il suo grembo sussultò.
Maria
chiuse gli occhi: aveva 16 anni, ora: era il 04 marzo, il giorno del suo
compleanno. Sorrise ascoltando il bimbo che faceva le capriole nella sua
pancia. Il suo tesoro, il suo raggio di sole: quel bambino era l’unica cosa che
le fosse rimasta, oltre al vestito che indossava e a una piccola stanza sul
porto da cui vedeva il mare. La ragazza chiuse gli occhi e una lacrima le
sfuggì sulla guancia, rotolando fino a bagnarle le labbra. Erano salate, le sue
lacrime, come l’acqua del mare e il vento salmastro che le scompigliava i
lunghissimi riccioli neri.
Erano
lacrime di delusione. Di speranza. Di paura, per quel bambino che ad appena 16
anni avrebbe cresciuto da sola. Un’altra lacrima bagnò le sue labbra schiuse.
Lo
aspettava, lo aspettava ancora, lo aspettava sempre.
Rivide
davanti a sé quel giorno. Era una luminosa giornata di giugno, quella.
Maria
avrebbe sempre ricordato come splendeva il sole nel cielo, come il suo
riverbero illuminasse di una luce radiosa ogni cosa.
Aveva
solo 15 anni, all’epoca.
Era
salita sul pontile, circondato dall’erba frusciante nella brezza.
Si
era fermata ad ammirare il mare turchese, le onde che all’orizzonte si
infrangevano sugli scogli. Indossava lo stesso vestito arancione che portava
anche ora. Quel giorno, Maria aveva sentito le assi del pontile scricchiolare.
“Good morning, miss” aveva detto una voce
maschile alle sue spalle.
Maria
si era voltata, anche se non aveva capito nulla di quello che aveva detto lo
straniero.
“Buongiorno”
aveva ribattuto lei, ma il ragazzo probabilmente capiva la sua lingua quanto
lei capiva l’inglese.
Maria
non sapeva cosa l’avesse colpita per prima del ragazzo: se la sua voce
profonda, i suoi capelli corvini o forse gli occhi dello stesso grigio del mare
in tempesta.
Si
erano guardati un po’: probabilmente lui era stato colpito dagli occhi così
verdi di Maria, e dai suoi capelli neri, sicuramente i più lunghi che avesse
mai visto.
Non
avevano parlato, non si erano presentati: parlavano due lingue differenti, non
si sarebbero capiti, Ma una cosa, sì, la sapevano entrambi: si amavano.
Non
importava quanto irragionevole fosse, non importava che si conoscessero da così
poco: l’amore non conosce lingua, né distanza, né la morte.
Si
erano distesi sull’erba fresca lì vicino. Ciò che accadde potete immaginarlo.
Solo
il mare e il vecchio faro di pietra furono testimoni del loro amore e della
loro giovanile e irrefrenabile passione.
Lui
era ripartito il pomeriggio stesso. Prima di salire le aveva prese le mani
nelle sue e l’aveva guardata intensamente, con le sue iridi di un grigio così
profondo.
Poi
si erano baciati per l’ultima volta, un bacio disperato che sapeva di addio e
di per sempre. Lui era molto alto, Maria aveva dovuto alzarsi sulle punte dei
piedi per baciarlo. Lui si era staccato da lei, le aveva accarezzato la guancia
per l’ultima volta e si era girato, una sacca in spalla, per salire sulla nave
che lo avrebbe portato lontano, in guerra. Maria era restata sul molo a
guardare la nave allontanarsi dal porto.
Erano giovanissimi
entrambi: 15 anni lei, 17 o 18 lui.
Qualche settimana dopo,
Maria aveva scoperto di essere incinta.
Sapeva che avrebbe potuto abortire, ma non
aveva nemmeno preso in considerazione l’idea. Quel bambino era il frutto del
fugace amore fra lei e il giovane soldato: non lo avrebbe perso. Tuttavia,
quando aveva detto ai genitori di essere gravida loro, scandalizzati, l’avevano
cacciata di casa.
Maria
aveva affittato una piccola stanza sul porto con i pochi risparmi. Era quello
il destino delle ragazze madri.
Tuttavia,
il bello straniero non sarebbe mai più ritornato: quella con Maria era stata
l’ora più dolce prima di essere ammazzato. Era morto in guerra, in battaglia.
Ma
Maria non poteva saperlo. Da quando aveva saputo di essere incinta lo aveva
aspettato ogni giorno, in piedi sulla spiaggia del porto, dove per la prima
volta lo aveva visto partire. Lo aspettava per ore, mentre nel suo grembo il
bambino cresceva, mentre la pancia si ingrossava, con l’unico vestito ogni
giorno più corto.
Attendeva,
ma lui non ritornava. Maria non sapeva che non è che non volesse tornare da
lei, ma non poteva perché era morto. Erano passati nove mesi dal giorno in cui
lo straniero era partito per mare, e non era più tornato.
Maria
interruppe il flusso dei ricordi e riaprì gli occhi.
Le
onde del mare erano increspate dal vento e sciabordavano sommessamente.
Erano
belle, ma all’orizzonte non v’era alcuna nave in arrivo.
Maria
si asciugò le lacrime che bagnavano il suo viso da bambina: “E’ inutile”,
pensava, “per oggi non tornerà più”. La tristezza era dipinta nei grandi occhi
verdi e speranzosi.
“Lo
hai aspettato anche oggi, vero?” chiese una voce alle sue spalle.
Maria
si girò: era Anna, l’anziana signora che l’aveva cresciuta. l’unica alla quale
la ragazza aveva detto chi fosse il padre del bambino che portava in grembo.
Maria
si asciugò le lacrime con il palmo della mano e annuì.
La
vecchia jaja - così Maria la chiamava
quando era bambina - scosse mestamente
il capo e si limitò a dire: “Vieni via, bambina, torniamo a casa”.
Maria
osservò il mare per l’ultima volta.
“Avanti,
vieni! Per oggi non ci sono più navi in arrivo” gridò la jaja, che si era già
avviata verso casa.
“Sì.
Eccomi” disse Maria, e si voltò.
Attraversarono
il porto brulicante di gente e merci: odorava di salsedine, legno vecchio e
pesce fresco.
Maria
aprì la porta e lentamente cominciò a salire le scale. Andava piano per via del
pese della pancia.
Entrò
nella piccola e modesta camera in affitto. Andò subito in terrazzo.
Era
la finestra più alta della palazzina più alta.
Da
lassù si vedeva il porto brulicante di vita, e il mercato del pesce a est.
La visuale
era incorniciata dal mare color turchese e dalla spiaggia di sabbia fine come
farina di grano. Sulla scogliera che abbracciava il porto era arroccato
l’antico faro, che come un silente guardiano di pietra vegliava su mare, terra
e cielo.
Maria
stava giusto contemplando il faro, quando sentì una fitta nel bassoventre,
seguita da molte altre. Si piegò in due per il dolore.
“Ci
siamo”, disse la vecchia Anna.
E
aveva ragione.
***
Qualche
ora dopo, lo stesso giorno del compleanno della sua mamma, il bambino nacque.
Jaja lo prese in braccio, lo lavò e lo avvolse in una coperta.
“Tieni,
bambina: è un maschio” disse la vecchia porgendoglielo.
Maria
allungò le braccia e prese il bambino fra le sue.
Era così piccolo… il neonato cominciò a piangere.
Maria guardò confusa la jaja: “Cosa aspetti, ragazzina?
Attaccalo al seno, su!” le spiegò Anna.
Maria slacciò la semplice camicia da notte bianca di cotone e
attaccò il bimbo a un piccolo seno acerbo, bianco come la spuma delle onde. Il
suo petto sapeva di mare.
Il piccolo cominciò subito a succhiare, e Maria sussultò: era
una sensazione strana e bellissima insieme. Abbassò gli occhi sul neonato che
poppava: una sensazione dolcissima la invase.
Era il suo piccolo, il suo bambino, suo e del figlio del bel soldato di
cui si era innamorata. Un dolce sorriso radioso si aprì sul suo volto
infantile. Quando il piccolo si staccò dalla mammella, Maria lo strinse a sé,
sentendo il calore di quel corpicino appena venuto alla luce. Maria prese a
ninnarlo fra le braccia, come faceva con le bambole quando era bambina. Non
aveva esperienza con i neonati, in fondo aveva appena 16 anni, ma le venne
naturale cullare fra le braccia il suo bambino. Poi, con voce gentile e
sommessa, quasi da bambina, cominciò a cantare a ninnananna le strofe di
taverna. E mentre cullava e cantava, sorrideva. Le sembrava di essere tornata
bambina: cullare una bambola non era poi tanto diverso dal cullare un bambino
vero, e quella constatazione puerile la faceva sorridere gioiosa.
Il piccolo allungò la manina minuscola, proprio come quella
delle sue bambole, e, in un istante di tenerezza assoluta, il bambino chiuse la
manina intorno al dito della mamma.
Maria sentì un tuffo al cuore.
Il neonato spalancò gli occhi: erano di un castano
scurissimo, con sfumature dello stesso grigio degli occhi del suo papà. Questo
particolare colpì molto la ragazzina, che sorrise fra sé con tenerezza ,
stringendolo al petto che sapeva di salsedine mentre baciava la fronte morbida
del piccolo. Maria non avrebbe mai dimenticato la fiducia incrollabile che
illuminava gli occhioni neri del bimbo.
“Come hai deciso di chiamarlo?” chiese la jaja.
Maria si fece pensierosa: non aveva mai pensato al nome da
dare al bambino.
Si guardò intorno. La stanza era piuttosto spoglia, fatta
eccezione per un quadro appeso alla parete opposta al letto: raffigurava la
Madonna con Gesù Bambino.
Fu in quel momento che a Maria venne un’idea: ora sapeva come
chiamare il figlioletto.
“Gesù” disse sorridendo mentre cullava il bambino e ciocche
di capelli le sfuggivano sugli occhi.
“Cosa?” chiese Anna.
“Gesù” ripeté Maria.
Quel nome era perfetto: lei aveva lo stesso nome della
Madonnina e il suo bambino si sarebbe chiamato Gesù. Anche la Madonna era molto
giovane quando aveva dato alla luce il Santo Bambino. Maria pensò che anche lei
non aveva molto da offrire al neonato che teneva fra le braccia, come la
Madonna.
La ragazza non aveva altro che una culla di vimini in cui
posare il piccolo, aveva solo un paio di tutine di cotone per coprirlo e una
coperta di lana grezza per coprirlo.
Ma poteva dargli l’amore. Di quello era ricca, ne aveva tanto
nel suo cuore.
L’anziana jaja la guardò perplessa: “Non puoi dare al bambino
il nome di nostro Signore. Soprattutto se è nato fuori dal matrimonio come in
questo caso”.
“Sì che posso” disse la ragazzina, continuando a cullare il
pargoletto.
Maria era poco più di una bambina, ma era sicura che non
avrebbe offeso nessuno chiamando così il neonato.
“Proprio perché il suo papà non è qui, io voglio affidare il
mio bambino a Dio”, spiegò. “Io sono Maria. e lui è Gesù”, concluse con tono
giocoso la ragazza.
E anche se per l’anagrafe non fu possibile, in fondo al suo
cuore il suo bambino si sarebbe sempre chiamato Gesù.
***
35 anni dopo, 1978
Gesù si fece largo fra la calca del porto, ma ormai vi si era
abituato.
Strinse forte le margherite che teneva in mano perché non
fossero sciupate dalla gente che lo spintonava di qua e di là.
La calura era opprimente, l’aria così satura di umidità da
risultare pesante come una spugna impregnata d’acqua.
Vide un’osteria sul lato della strada e decise do sostarvi
qualche minuto per cercare refrigerio.
“Un bicchiere di vino rosso” ordinò appena entrato, lanciando
una moneta sul bancone.
“Subito, signore” rispose il cameriere.
“Ehi, guarda chi si vede: Gesù bambino!”, si sentì chiamare
Gesù.
Si girò: seduto a un tavolo c’era Gianni. Era un vecchio
amico di suo madre, e lo aveva sempre chiamato con quel nomignolo scherzoso.
Gesù noto che era invecchiato dall’ultima volta che lo aveva visto, ma non
glielo disse.
“Ehilà, Gianni! Come ti va la vita, vecchio mio?” chiese Gesù
dando una pacca sulla spalla all’uomo.
“Bah, come al solito” fu la risposta “Vuoi fare una partita a
carte con un vecchio ubriacone come me?” chiese.
“Ecco il suo vino, signore” disse il cameriere porgendo un
bicchiere a Gesù.
Lui lo prese e lo tracannò tutto d’un fiato.
“Con piacere” rispose, spazzandosi la bocca umida di vino
rosso con la manica della camicia.
Mezz’ora dopo, Gesù disse: “Hai vinto tu, amico. Ecco i tuoi soldi”.
“Avevi qualche dubbio sull’esito? Sono sempre stato
imbattibile con le carte” dichiarò soddisfatto Gianni, infilando con un sorriso
sornione i soldi nella tasca dei pantaloni. “A proposito: per chi sono quei
fiori?” domandò indicando i fiori che Gesù stringeva ancora in mano con un
cenno del capo.
“Sono per la mamma” rispose di rimando l’uomo, notando con
dispiacere che le belle margherite si erano sciupate per via della calura e del
contatto con i suoi palmi sudaticci. “Allora ti lascio andare. Alla prossima,
Gesù bambino”.
“Ci vediamo, Gianni” e Gesù uscì fuori. Nell’aria c’era da
sempre lo stesso odore stagnante e inebriante allo stesso tempo: salsedine,
legno antico delle barche e pesce appena pescato. Gesù si portò lontano dalla
folla, dai pescatori, dai mozzi, dai marinai e dai venditori di pesce e di reti
da pesca.
Si inerpicò fino a raggiungere il vecchio pontile. Le onde
schiumavano infrangendosi contro gli scogli rocciosi che limitavano
l’orizzonte.
Gesù pensò con nostalgia alla madre. Maria era morta sei anni
prima a causa di un tumore al seno, a soli 45 anni.
Poggiò le margherite dal gambo ormai afflosciato e la corolla
rivolta in basso sul pontile di legno. Gli tornarono alla mente tutte le volte
che sua mamma si era fermata lassù ad ammirare il mare. Non c’era vento, né
pioggia, né malattia che la fermasse: ogni giorno lei lì, ferma sul pontile, lo
sguardo perso all’orizzonte, così giovane da sembrare una bambina ma tanto
triste che nessuno osava dirle che non sarebbe mai più tornato da lei, per non
spezzarle il cuore più di quanto fosse giù spezzato.
Lo aveva aspettato tutte la vita.
Ogni giorno ad attendere, ogni giorno sperando nel ritorno
impossibile di colui che aveva tanto amato.
Talvolta lo aveva portato con sé, quando era ancora molto
piccolo.
Se ne stava lì per ore, con il piccolo Gesù in braccio, a
guardare il mare con malinconia. Anche se era ancora molto piccolo, Gesù
ricordava la tristezza abissale negli occhi della mamma. Per consolarla,
allora, il piccolo Gesù raccoglieva belle conchiglie perlate e gliele porgeva
con le sue manine paffute.
Maria si asciugava gli occhi, girandosi perché non vedesse
che aveva pianto, sorrideva, poi gli dava un bacio sulla guancia e accettava
contenta le conchiglie perlacee. Poi prendeva in braccio Gesù e lo faceva
girare in alto, come di solito fanno i papà con i figli. Anche quando era
morta, Maria si era fatta cremare e le sue ceneri, secondo ciò che aveva
chiesto, erano state sparse nel vento e nel mare che aveva tanto amato.
Anche nella morte, Maria era stata vicina al suo amato. Così
sarebbero stati insieme per sempre.
Gesù sorrise al ricordo di come lo aveva chiamato il vecchio,
bravo Gianni.
“Certo che mi hai dato proprio un nome strano, mamma”,
mormorò nel vento che sapeva di sale, quasi che la madre potesse ascoltarlo.
Scrollò le spalle: ancora adesso che giocava a carte e beveva
vino, per la gente del porto si chiamava «Gesù bambino».
Concludiamo i post dedicati ad "Oceania" con il libro tratto dal film, letto tutto d'un fiato da Giovanni.
OCEANIA
DATI EDITORIALI
Titolo:Oceania
Autore:
Disney
Casa
Editrice: Giunti
Numero
di pagine: 97
GENERE DEL LIBRO
Avventura fantastica
LUOGHI DELLA STORIA
Motunui, isola di
Maui, mondo dei mostri, Te Fiti, oceano.
TEMPO DELLA STORIA
Indefinito.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Vaiana, Maui, Nonna Tala, Tui, Tamatoa, Tē-Kā, Te Fiti,ed Heihei
TRAMA
Mille anni fa c’era
un’isola di nome Te Fiti: lei era la madre di tutte le isole ma un brutto
giorno Maui, semidio del vento e del mare, prese il cuore dell’Isola Madre: il
cuore dell’Isola Madre era molto potente, è per questo che Maui lo voleva per
sé e appena potè lo prese, ma si risvegliò Tē-Kā, demone della lava e dei
mostri.
Mille anni dopo su
un’isola chiamata Motunui c’è una bimba che si chiama Vaiana: è la figlia del
capo e un giorno trova il cuore dell’Isola Madre ma suo padre di nome Tui non
vuole che lei vada nell’acqua, cioè che nessuno di quelli del villaggio vada
oltre la barriera corallina. La nonna di Vaiana prende il cuore dell’Isola Madre e lo nasconde per tanti anni.
Alcuni anni dopo Vaiana ha
compiuto 16 anni ed è molto attratta dall’oceano. Un brutto giorno la nonna di
Vaiana sta morendo e le dice che deve andare da Maui per restituire il cuore
dell’oceano; Vaiana non accetta subito ma dopo si convince, allora parte con l’aiuto
di sua madre. Appena parte vede che la camera di sua nonna ha tutte le luci
spente: vuol dire che nonna Tala è morta ma Vaiana non si deve arrendere. Nei
giorni seguenti si accorge che il suo gallo di nome Heihei è spaventato dall’idea
di navigare ma ad un certo punto un’onda enorme si scaglia contro alla sua
barca. Mezz’ora dopo si risveglia su un’isola in cui incontra Maui, che con una
canzone le racconta che ha dato agli uomini il fuoco e tante altre cose ma con
questo stratagemma la rinchiude in una grotta e se ne sta andando via
dall’isola. Vaiana riesce ad uscire da un’altra uscita e prova a nuotare ma
Maui è troppo lontano da lei, ma in un colpo una forza sconosciuta la fa nuotare
molto molto in fretta verso la barca su cui c’è Maui: quella forza è l’oceano che le dà una mano. Vaiana
arriva alla barca. Vaiana e Maui si mettono d’accordo: prima vanno a riprendere
l’amo magico di Maui che lo fa trasformare in animali; dopo andranno a
restituire il cuore a Tē-Kā. Maui accetta. Appena arrivano al regno dei mostri
in cui si trova l’ amo di Maui, Maui entra nel regno dei mostri attraverso una
buca lunghissima; subito dopo si butta anche Vaiana. Appena atterra si ritrova
in mezzo ai mostri ma ad un certo punto vede l’amo di Maui su un mucchio d’oro.
Vaiana sale su quel mucchio d’oro ma in realtà si tratta del guscio di un
granchio gigante di nome Tamatoa. Appena il granchio si accorge di Vaiana
tenta di divorarla ma Maui riprende l’amo. Appena prova di trasformarsi in
aquila si sbaglia, allora il granchio inizia a torturare Maui cantando una
canzone. Mentre Tamatoa ha Maui in bocca, Vaiana dice a
Tamatoa che gli avrebbe dato il cuore lei e glielo dà: visto che a Tamatoa
piacciono le cose che luccicano, lui accetta subito: ma in realtà non era il
cuore dell’isola madre, era finto.
In quel tempo Vaiana
scappa insieme a Maui e appena sono all’esterno Maui si allena duramente per
trasformarsi e ci riesce. Dopo un po’ di tempo trovano Tē-Kā ma con un forte
colpo l’amo di Maui si rompe e Maui dice a Vaiana che con l’amo rotto non può
combattere Tē-Kā.
Maui si trasforma in
un’aquila e se ne va via: Vaiana è disperata ma arriva lo spirito di nonna Tala
che la consola.
Grazie all’aiuto
dello spirito di nonna Tala, Vaiana va a combattere Tē-Kā da sola, ma appena Tē-Kā
sta per schiacciare Vaiana, Maui arriva tagliando la mano a Tē-Kā. Maui con le
sue trasformazioni affronta Tē-Kā ma ad un certo punto l’amo di Maui si
distrugge. Vaiana, allora, rimette il cuore dall’isola madre dentro il petto di Tē-Kā,
che ritorna Te fiti, l’Isola Madre e
costruisce un nuovo amo par Maui e fa una nuova barca bellissima per Vaiana:
così Vaiana e Maui tornano a casa.
COMMENTO PERSONALE
Questo libro mi è
piaciuto e ho anche visto il film al cinema e ho letto il libro in un’ora.